Sovranismo digitale

Pubblicato: 20 marzo 2026 in Italia
Tag:, , , ,

All’improvviso, mentre viaggiamo per l’Europa, varcato il confine tra due Paesi le nostre app smettono di funzionare, i dati che abbiamo archiviato nel cloud non sono più raggiungibili e l’assistente virtuale non riconosce più la nostra lingua. Potrebbe sembrare una distopia, buona per una nuova serie televisiva, ma tra poco potrebbe diventare realtà. Da quando è nato, il mondo digitale ha promesso di abbattere i confini tra gli Stati: una nuvola senza confini, una rete capillare che avrebbe unito tutti in un unico ecosistema. O meglio, quasi tutti, perché grandi Paesi come la Cina hanno eretto precoci barriere per impedire il contatto tra gli utenti nazionali e il resto del mondo. Ma il punto è che oggi tanti governi del mondo democratico stanno costruendo “muri di codici” per garantire la sovranità dei dati, inaugurando una nuova tipologia di protezionismo che farà diventare la rete una galassia di isole mal connesse tra di loro. È un fenomeno che gli esperti chiamano “Splinternet”: iniziato per garantire la privacy degli utenti e la sicurezza nazionale, sta progressivamente diventando una questione geopolitica finalizzata a controllare i dati dei propri cittadini prima che vengano carpiti da altri. Dati che riguardano sì la profilazione a scopo pubblicitario ma anche, in prospettiva, la democrazia stessa. Lo stiamo vedendo drammaticamente in Paesi, come la Corea del Nord o l’Iran, dove addirittura l’accesso alla rete non è garantito durante manifestazioni delle opposizioni. Secondo le rilevazioni dell’UNCTAD e del World Economic Forum, nel 2026 è stata superata la soglia dei 100 Paesi che hanno sancito norme restrittive sulla localizzazione dei dati, con un aumento di quasi il 50% rispetto a 5 anni fa. Discorso simile vale per le restrizioni geografiche sui flussi dei dati: un decennio fa riguardavano solo il 10% delle informazioni, oggi il 40%.

Stiamo assistendo alla nazionalizzazione della nuvola e i motivi sono complessi e ancora poco noti. Responsabili sono in primis i governi, perché temono che i loro dati sensibili siano carpiti da Paesi ostili pronti a lanciare attacchi informatici, ma anche perché i dati, se localizzati, danno vita a un mercato valutato oggi in 150 miliardi di dollari. C’è poi anche una ragione di mercato nazionale: se i dati di un Paese non sono disponibili pubblicamente oltre i suoi confini, le grandi aziende devono investire localmente in data center regionali che generano posti di lavoro. La Cina, come detto, con la sua Great Wall ha creato un mondo digitale parallelo di app e servizi. La Russia ha testato con successo la propria “Runet” per disconnettersi dal resto del mondo. L’Unione Europea, con il Data Act e il GDPR, ha definito uno standard etico che, seppur nobile nelle aspirazioni, agisce come una barriera invisibile: il 70% delle startup europee dichiara che la conformità normativa è oggi il principale ostacolo all’espansione nei mercati extra-UE.

Internet rischia quindi di diventare una serie di intranet nazionali, frammentando il mondo digitale e fermando l’innovazione. Per i cittadini, invece, il sovranismo digitale potrebbe portare a rincari degli abbonamenti a tutti i servizi, perché le aziende sarebbero obbligate a duplicare le infrastrutture in ogni continente per rispettare le legislazioni locali. Ovviamente nessuno si sta davvero impegnando per trovare un compromesso fra tutela dei dati e architettura della rete, mentre la guerra silenziosa tra Stati, e tra Stati e grandi operatori economici, è appena iniziata.

commenti
  1. […] Sovranismo digitale […]

Scrivi una risposta a Sovranismo digitale | actarus2971 Cancella risposta