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Nel secondo mandato di Donald Trump, la Casa Bianca ha smesso di apparire come la cabina di regia di una democrazia liberale per assomigliare, sempre più, a un ufficio di private equity globale. Se durante il primo mandato si parlava di “transazionalità”, nel 2026 il lessico è cambiato. Analisti e osservatori internazionali parlano ormai di una dottrina “tributaria”: non si tratta più di negoziare con i leader stranieri, ma di decidere chi è autorizzato a gestire gli asset nazionali, dal petrolio venezuelano alle infrastrutture energetiche. Il caso del Venezuela è la prova regina del nuovo metodo Trump. Il sequestro di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 non è stato presentato come una missione di regime change in nome della democrazia, ma come un’operazione di “messa in amministrazione controllata”. Per Trump, il Venezuela era un’azienda in fallimento gestita da un management incompetente e corrotto. La sua visione non è mai stata quella di organizzare libere elezioni, quanto piuttosto di rimuovere i “proprietari” uscenti per rimpiazzarli con figure che garantissero la stabilità degli estrattori americani. Con Delcy Rodríguez, infatti, pare abbia trovato ciò che cercava. È un pragmatismo brutale: il leader straniero è un subappaltatore. Se non performa, viene licenziato; se resiste, viene rimosso fisicamente.

Verso Teheran, la strategia ha imboccato una strada ancora più radicale. Qui Trump non cerca un accordo, cerca una tabula rasa. Le recenti operazioni militari, che hanno smantellato gran parte dell’apparato di difesa iraniano, indicano una volontà di “cancellare” l’attuale vertice decisionale. La retorica trumpiana è chiara: “Voglio qualcuno di razionale al comando”. Per Trump, la legittimità non deriva dal voto popolare o dal consenso interno, ma dalla capacità di chiudere un accordo. Se l’attuale leadership non è disposta a firmare, viene considerata un ostacolo agli interessi statunitensi e, di conseguenza, un bersaglio. Non si elegge il successore tramite le urne; si crea un vuoto di potere così profondo che la sopravvivenza del regime diventa impossibile, costringendo il paese a una ristrutturazione forzata.

Mentre Venezuela e Iran hanno già subito l’intervento di Washington, Cuba resta, nelle parole di Trump, un capitolo “in attesa di chiusura”. Per la Casa Bianca, l’isola non è un nemico strategico nel senso bellico del termine, ma un residuo ideologico che ha smesso di generare profitto. La pressione su L’Avana è diventata un’ossessione che rasenta la gestione immobiliare: Trump parla spesso dell’isola come di un potenziale “asset” di lusso che necessita di un restyling totale. La sua idea di “eleggere” i leader cubani passa per il collasso economico del modello attuale, spianando la strada a una classe dirigente che veda nell’integrazione con gli USA l’unica opzione di sopravvivenza.

La sintesi di questa dottrina è semplice e spiazzante allo stesso tempo. Le organizzazioni internazionali sono viste come burocrazie inutili che impediscono la trattativa diretta. La minaccia militare non serve a conquistare territorio, ma a forzare la negoziazione. Ogni Capo di Stato straniero è valutato in base alla sua “fedeltà” al sistema di scambi americano, non importa se a capo di una democrazia o di un regime. Per questo si può concludere che Donald Trump ha superato i suoi predecessori, nemmeno accennando alla cosiddetta “esportazione della democrazia”; vuole imporre un modello di business. Il mondo, per lui, non è un’assemblea di nazioni sovrane, ma una holding dove l’amministratore delegato risiede a Washington e il suo compito principale è sostituire i manager che non producono i dividendi sperati a favore della capogruppo.