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La guerra per il controllo delle terre rare continua e si allarga, diventando a tutto campo. Nel settore, finora quasi monopolizzato dalla Cina, stanno infatti irrompendo gli Stati Uniti, consapevoli che la loro industria hi-tech, civile e militare, sarebbe destinata a dipendere da Pechino, se non riusciranno a controllare le forniture di questi elementi chimici. L’accordo per 8,5 miliardi di dollari sottoscritto pochi mesi fa con l’Australia ha creato euforia sui mercati, ma siamo ancora molto lontani da un ribilanciamento dei pesi: tuttora la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale, anche grazie alla subordinazione del Myanmar, Paese governato da una giunta militare sostanzialmente insediata dal governo cinese. Intanto, gli Stati Uniti conducono non solo operazioni legali, come l’accordo con l’Australia, ma anche azioni in aperta violazione del diritto internazionale, e ne sono testimonianza la situazione che si è creata in Venezuela e le minacce alla Groenlandia. A Washington devono però fare i conti anche con un altro punto debole, ossia la loro scarsissima capacità di raffinazione delle terre rare. Oggi il 92% della produzione mondiale viene raffinato in Cina, un monopolio che si somma a quello dei magneti pronti per l’industria (98%).

A lungo sottovalutati dalle potenze occidentali, i 17 elementi chimici noti come terre rare sono fondamentali per l’elettronica, le energie rinnovabili (dalle turbine eoliche alle auto elettriche) e il comparto della difesa. Una buona parte dell’“impazzimento” della geopolitica registrato negli ultimi mesi è dovuto proprio a questo risveglio brusco degli Stati Uniti, gigante che mantiene sì il primato in molti settori strategici, ma ha scoperto di avere i piedi d’argilla per via delle forniture dei minerali di base. Ne abbiamo avuto evidenza nell’aprile scorso, quando la Cina ha tagliato l’export di terre rare, che stava crescendo rapidamente: a marzo, si era registrato un aumento del 20% anno su anno. Quella mossa aveva portato all’alleggerimento dei dazi imposti da Donald Trump, consapevole di non poter prescindere, per il momento, dalla Cina.

La mossa venezuelana degli Stati Uniti, intervenuti con la forza per rimuovere Nicolás Maduro, pare avere inaugurato una nuova fase nella contesa: con le buone o con le cattive, dicono, costruiremo il nostro pool di fornitori. Possibilmente togliendo di mezzo la concorrenza cinese. Il petrolio pesante del Venezuela, usato soprattutto per la raffinazione del gasolio e per la produzione di asfalto, era infatti più utile alla Cina di quanto lo sarà agli Stati Uniti, che non avevano particolare necessità di questo tipo di fonte energetica. La parallela rivendicazione della Groenlandia nasce anche da un’altra considerazione: alla presenza di riserve di terre rare si aggiunge il ruolo centrale dell’isola nelle nuove rotte transpolari.

Ma l’offensiva di Washington non si ferma qui. Tra i “vantaggi” che Trump potrebbe ottenere dalla sua politica estera, e in particolare dal suo ruolo di mediatore, anche se di parte, nel conflitto russo-ucraino, c’è il controllo delle ricche risorse minerarie del Donbass: ferro, manganese, titanio, uranio, gas naturale, petrolio e… terre rare. Parafrasando lastorica massima Follow the money, oggi si potrebbe dire Follow the minerals: innumerevoli conflitti sono scoppiati per il controllo del petrolio o dell’acqua, oggi le risorse più ambite sono le terre rare. Che in realtà non sono così rare in natura, ma che devono trovarsi in grandi concentrazioni perché l’estrazione sia redditizia.

La Cina può ancora contare sui suoi numerosi avamposti in Africa, che le garantiscono coltan, uranio, rame e plutonio. Proprio in questo continente, a breve, potrebbe scatenarsi un’altra fase della guerra per il controllo più generale delle materie prime. Le due potenze partono da presupposti simili e si equivalgono: dai Paesi africani, entrambe sono interessate a comprare. Più difficile sarà per gli USA scardinare i rapporti commerciali tra la Cina e i grandi produttori di cibo visto che, a differenza di Pechino, Washington non acquista cereali o carne, ma punta a venderli.

Nel mezzo della pandemia, mentre tutta la stampa internazionale era impegnata nel dibattito sui vaccini, in Myanmar i militari ponevano fine alla breve parentesi democratica che si era aperta nel 2012. Era il primo febbraio del 2021: le moderate proteste della comunità internazionale furono messe a tacere dalla Cina, che fece valere il suo diritto di veto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Era chiaro che, come sempre, i militari birmani agivano in modo coordinato con la Cina per tornare a governare col pugno di ferro un Paese del quale da tempo controllano buona parte dell’economia.

Mentre si susseguono i processi farsa contro la leader Aung San Suu Kyi e i funzionari del governo deposto, la vera natura del golpe emerge con chiarezza: al centro di tutto c’è il controllo delle terre rare di cui il Myanmar è ricco. Con il nome “terre rare” oggi si indica un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica. L’uso di questi elementi è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di autoveicoli ibridi. Si può affermare che, senza di essi, la rivoluzione tecnologica in corso difficilmente sarebbe avvenuta. Ma le terre che li contengono sono, appunto, rare: si concentrano in specifiche regioni del pianeta e i giacimenti sono in poche mani. La Cina controlla circa il 60% del mercato mondiale e il Myanmar un altro 10%. Dopo il golpe birmano sostenuto dalla Cina, la situazione è diventata quasi monopolistica.

Per motivi ambientali, considerato il pesante impatto ambientale dell’estrazione, dal 2016 la Cina ha cominciato a limitare l’attività sul suo suolo, andando però a estrarre altrove i preziosi minerali. La nuova frontiera è diventata ora il Kachin, una regione semi-autonoma del Myanmar scossa da conflitti armati e ora controllata da un gruppo alleato dei militari di Yangon. Il metodo di estrazione usato in Myanmar produce liquami tossici che vengono scaricati senza trattamenti, inquinando corsi d’acqua e terreni. Secondo l’ONG britannica Global Witness, che ha condotto una ricerca avvalendosi di immagini satellitari, i luoghi di estrazione birmani sono passati in pochi mesi «da qualche decina a oltre 2700 in 300 località». Il Myanmar, come la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e altri Paesi, è entrato di diritto nel grande gioco delle materie prime strategiche gestito da Pechino, in barba alla democrazia e alla tutela ambientale. La situazione di mercato impone a tutti i fabbricanti di tecnologie “green” di rifornirsi dalla Cina e dai suoi Stati-satellite, che sono però la negazione del principio di sostenibilità. Come per il settore energetico europeo, che dipende dal gas russo e si trova a finanziare il conflitto ucraino, le terre rare sono fornite da chi ha calpestato i diritti umani e sta distruggendo l’ambiente su vasta scala. È questa, al di là della retorica trionfalistica, la più grande contraddizione della società smart, che promette futuri verdi ma è obbligata ad alimentarsi con materie prime tossiche. Forse anche per questa ragione il colpo di Stato dei militari birmani è scomparso velocemente dai titoli dei giornali: la macchina non si può inceppare, anche se per rifornirla bisogna chiudere gli occhi e far finta di niente. E quello birmano è diventato un golpe desaparecido.