Finora, uno dei tratti salienti della seconda presidenza di Donald Trump è stato il siluramento di ogni istanza multilaterale: dall’uscita degli Stati Uniti dalle varie agenzie delle Nazioni Unite alla creazione di un board of peace per la Palestina a gestione privata, dalla scelta di condurre le trattative tra Mosca e Kiev escludendo l’Europa fino all’abbandono del percorso delle COP, le Conferenze delle Parti, sul cambiamento climatico.
Ora, invece, a Washington ci si riscopre multilateralisti quando si parla di terre rare, ossia di quei minerali che sono strategici per tutta l’industria high-tech, dai microprocessori fino al comparto bellico d’avanguardia. Minerali dei quali la Cina controlla il 70% dell’estrazione e il 90% dei processi di lavorazione, indispensabili per poterli impiegare a livello industriale.
A inizio febbraio, infatti, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha invitato una cinquantina di Paesi a partecipare al primo Critical Minerals Ministerial Summit. Sono arrivati, tra gli altri, i ministri degli Esteri dei Paesi del G7, alti rappresentanti della Commissione Europea e di Giappone, Israele, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Perù, Australia, India, Kenya e Brasile. Un mix di Stati che hanno urgente necessità di terre rare e di Stati produttori che sono in cerca di nuovi clienti e, soprattutto, di investimenti.
Dai discorsi di JD Vance e Marco Rubio è apparso chiaro che l’obiettivo dell’amministrazione Trump è minare il monopolio cinese ed evitare che si verifichino altre distorsioni del mercato innescate da Pechino: in questi anni, infatti, la Cina talvolta ha ridotto arbitrariamente l’offerta di questi minerali per farne salire i prezzi, talvolta ha inondato il mercato per farli crollare, così da azzoppare i concorrenti.
Il quasi monopolio sulle terre rare oggi è una delle principali armi in mano alle autorità cinesi, che vi hanno fatto ricorso, ad esempio, per indurre Trump a stemperare i dazi; ma, in prospettiva, rappresenta un’ipoteca per tutti i concorrenti nella corsa alle tecnologie del futuro.
Negli ultimi secoli non è mai esistito un impero che non controllasse il mercato delle materie prime strategiche per la propria epoca. Oggi, per la prima volta, la potenza egemone, ossia gli Stati Uniti, deve passare dalle forche caudine della sua maggiore rivale per evitare di lasciare a secco la Silicon Valley e, con essa, interi settori determinanti per il proprio sistema industriale. In questa logica, cioè creare una catena del valore indipendente dalla Cina, stanno fiorendo le intese bilaterali, come quelle tra gli USA e l’Australia e, in prospettiva, con il Brasile, ma anche gli accordi di partenariato firmati dalla UE con una quindicina di Paesi esportatori.
Trump ha poi annunciato la nascita di una riserva strategica di minerali critici, analoga a quelle che esistono da decenni per gas e petrolio, finanziata con 10 miliardi di dollari di fondi pubblici e due miliardi di fondi privati. In questa logica di capitalismo di Stato, a parole fortemente avversata dal mondo MAGA, il Tesoro USA ha rilevato quote di quattro società minerarie, come la US Rare Earth, sulla quale sono stati investiti quasi due miliardi di dollari. Il Congresso sta invece lavorando, in modo bipartisan, alla creazione di un’agenzia per stimolare la produzione domestica di minerali strategici. Eppure, questa grande rete di investimenti pubblici, accordi bilaterali e ritrovato multilateralismo, finalizzata a incrinare il monopolio cinese, difficilmente potrà colmare in tempi rapidi un ritardo di oltre trent’anni: il tempo che l’Occidente ha impiegato per comprendere che stava perdendo il controllo delle materie prime necessarie per mantenere la propria egemonia.
