La guerra dei minerali

Pubblicato: 17 gennaio 2026 in Mondo
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La guerra per il controllo delle terre rare continua e si allarga, diventando a tutto campo. Nel settore, finora quasi monopolizzato dalla Cina, stanno infatti irrompendo gli Stati Uniti, consapevoli che la loro industria hi-tech, civile e militare, sarebbe destinata a dipendere da Pechino, se non riusciranno a controllare le forniture di questi elementi chimici. L’accordo per 8,5 miliardi di dollari sottoscritto pochi mesi fa con l’Australia ha creato euforia sui mercati, ma siamo ancora molto lontani da un ribilanciamento dei pesi: tuttora la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale, anche grazie alla subordinazione del Myanmar, Paese governato da una giunta militare sostanzialmente insediata dal governo cinese. Intanto, gli Stati Uniti conducono non solo operazioni legali, come l’accordo con l’Australia, ma anche azioni in aperta violazione del diritto internazionale, e ne sono testimonianza la situazione che si è creata in Venezuela e le minacce alla Groenlandia. A Washington devono però fare i conti anche con un altro punto debole, ossia la loro scarsissima capacità di raffinazione delle terre rare. Oggi il 92% della produzione mondiale viene raffinato in Cina, un monopolio che si somma a quello dei magneti pronti per l’industria (98%).

A lungo sottovalutati dalle potenze occidentali, i 17 elementi chimici noti come terre rare sono fondamentali per l’elettronica, le energie rinnovabili (dalle turbine eoliche alle auto elettriche) e il comparto della difesa. Una buona parte dell’“impazzimento” della geopolitica registrato negli ultimi mesi è dovuto proprio a questo risveglio brusco degli Stati Uniti, gigante che mantiene sì il primato in molti settori strategici, ma ha scoperto di avere i piedi d’argilla per via delle forniture dei minerali di base. Ne abbiamo avuto evidenza nell’aprile scorso, quando la Cina ha tagliato l’export di terre rare, che stava crescendo rapidamente: a marzo, si era registrato un aumento del 20% anno su anno. Quella mossa aveva portato all’alleggerimento dei dazi imposti da Donald Trump, consapevole di non poter prescindere, per il momento, dalla Cina.

La mossa venezuelana degli Stati Uniti, intervenuti con la forza per rimuovere Nicolás Maduro, pare avere inaugurato una nuova fase nella contesa: con le buone o con le cattive, dicono, costruiremo il nostro pool di fornitori. Possibilmente togliendo di mezzo la concorrenza cinese. Il petrolio pesante del Venezuela, usato soprattutto per la raffinazione del gasolio e per la produzione di asfalto, era infatti più utile alla Cina di quanto lo sarà agli Stati Uniti, che non avevano particolare necessità di questo tipo di fonte energetica. La parallela rivendicazione della Groenlandia nasce anche da un’altra considerazione: alla presenza di riserve di terre rare si aggiunge il ruolo centrale dell’isola nelle nuove rotte transpolari.

Ma l’offensiva di Washington non si ferma qui. Tra i “vantaggi” che Trump potrebbe ottenere dalla sua politica estera, e in particolare dal suo ruolo di mediatore, anche se di parte, nel conflitto russo-ucraino, c’è il controllo delle ricche risorse minerarie del Donbass: ferro, manganese, titanio, uranio, gas naturale, petrolio e… terre rare. Parafrasando lastorica massima Follow the money, oggi si potrebbe dire Follow the minerals: innumerevoli conflitti sono scoppiati per il controllo del petrolio o dell’acqua, oggi le risorse più ambite sono le terre rare. Che in realtà non sono così rare in natura, ma che devono trovarsi in grandi concentrazioni perché l’estrazione sia redditizia.

La Cina può ancora contare sui suoi numerosi avamposti in Africa, che le garantiscono coltan, uranio, rame e plutonio. Proprio in questo continente, a breve, potrebbe scatenarsi un’altra fase della guerra per il controllo più generale delle materie prime. Le due potenze partono da presupposti simili e si equivalgono: dai Paesi africani, entrambe sono interessate a comprare. Più difficile sarà per gli USA scardinare i rapporti commerciali tra la Cina e i grandi produttori di cibo visto che, a differenza di Pechino, Washington non acquista cereali o carne, ma punta a venderli.

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