In Argentina domenica prossima si terranno le elezioni presidenziali, le terze dopo il default del 2001. Il risultato appare scontato: la presidente in carica Cristina Fernandez Kirchner domina i sondaggi con uno schiacciante 52%, seguita da lontano dal primo dei tre candidati espressi da un’opposizione che non ha saputo costruire un’alternativa credibile e unitaria.

Con questo risultato si confermerà il regno indisturbato della coppia Kirchner-Fernandez, che si insediò alla Casa Rosada sulle rovine di un Paese ridotto ai minimi termini dal fallimento economico, un’Argentina in preda a un incendio sociale determinato dal precipitare nella povertà di oltre il 50% della popolazione. Nei primi tempi la politica perseguita dal defunto presidente Nestor Kirchner fu molto coraggiosa, con il ritorno della politica alla guida dell’economia, l’avvio di piani di welfare che si fecero carico dei settori più impoveriti della società e la riapertura di questioni dall’alto valore simbolico, come quelle dei diritti umani e dei processi ai militari che negli anni ’70 si erano resi responsabili di efferati crimini, e che erano stati successivamente amnistiati.

La chiave del successo economico delle presidenze Kirchner-Fernandez va cercata però nella determinazione nel non volere, se non parzialmente, farsi carico del debito generatosi nei decenni precedenti con modalità aberranti, tra scandali di corruzione e complicità di avvoltoi finanziari di ogni genere e nazionalità, che per anni ebbero nell’Argentina una base sicura. La seconda leva del successo economico argentino del dopo-default fu la ripartenza dell’industria (precedentemente smantellata dalle politiche neoliberiste), unita al consolidamento dei legami economici con il Brasile e all’apertura a nuovi mercati dell’America Latina, dell’Africa e soprattutto della Cina. Quest’ultima oggi è il secondo “cliente” dell’export argentino.

In questo decennio la crescita del Paese sudamericano è stata vertiginosa, con una media del 7% annuo tra il 2003 e il 2010. L’Argentina ha di nuovo consistenti riserve monetarie, è caratterizzata da un indice di rischio-Paese accettabile ed è tornata ad accogliere capitali internazionali… che però questa volta vengono investiti in settori produttivi. Come i 500 milioni di dollari USA appena annunciati dalla Pirelli, che aprirà uno stabilimento specializzato in pneumatici di fascia alta. I punti dolenti riguardano l’inflazione, che lentamente sta rialzando la testa, e la difficoltà, superati i primi anni di crescita, di riuscire riportare indietro l’orologio sociale ai tempi in cui l’Argentina era un Paese con un vastissimo ceto medio. La povertà non è più estrema, ma colpisce ancora il 30% della popolazione; inoltre i guasti provocati dallo smantellamento dell’educazione e della salute pubblica, avvenuto negli anni ’90, si sentono ancora forti.

Eppure gli argentini scommetteranno sulla continuità, perché, dopo avere toccato sul serio il fondo del barile, in questi anni si sono abituati a stipendi e pensioni non più congelati, a investimenti sull’educazione e la cultura, a indossare di nuovo la tuta da operaio dopo avere spinto a lungo il carretto da cartonero.

Possono sembrare cose ovvie, anche se in questo mondo in crisi nulla si può più dare per scontato: gli argentini, sopravvissuti al maggiore dissesto economico degli ultimi decenni, vogliono continuare a credere che c’è vita dopo il default. C’è vita purché questo evento traumatico serva a porre il punto finale all’orrore economico, e a patto che si riparta decisi a non dimenticare la lezione.

Alfredo Somoza per Popolare Network 

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