La sfida dell’altro turismo

Pubblicato: 2 luglio 2011 in Turismo, turismi
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Se si apre la pagina di un vocabolario alla voce “turismo” e se ne cerca la definizione, essa apparirà chiara, senza possibilità di equivoco: “Attività consistente nel fare gite, escursioni, viaggi, per svago o a scopo istruttivo”. Fin qui l’aspetto esteriore del fenomeno: rassicurante e limpido.

Ma quando si va a “leggere” il turismo sotto il profilo sociale, economico, culturale e politico, il discorso si fa assai meno esplicito. Anzi, diventa fortemente contraddittorio, in bilico tra valenze positive e negative.

Fin dai suoi albori, infatti, il turismo ha creato lacerazioni, modificato o stravolto equilibri millenari, cancellato o relegato in angoli bui tradizioni e usanze. Gli statunitensi sono stati i primi a potersi permettere il viaggio all’estero. Negli anni ’60 è arrivato il turno degli europei, poi ancora di canadesi, giapponesi, australiani e infine, dagli anni ’80 in poi, delle minoranze abbienti dell’India, del Brasile, della Cina.

Gli acceleratori fondamentali che hanno trasformato il viaggio in un elemento macroeconomico sono stati tre: la disponibilità di tempo libero e di un reddito medio-alto in Occidente; l’apertura di decine di Stati agli investimenti turistici; e l’evoluzione dei mezzi di trasporto che gradualmente hanno ridotto le distanze, fino a ridicolizzarle. La miscela di questi tre elementi ha fatto sì che il turismo divenisse fenomeno di massa, con tutte le conseguenze del caso.

Attualmente ben 800 milioni di persone all’anno escono dai confini dei propri Paesi per ragioni turistiche. Il settore è ormai la principale voce negli scambi commerciali mondiali: produce 3800 miliardi di dollari USA all’anno di fatturato (il 7% del prodotto lordo del pianeta) e offre impiego a 220 milioni di persone (ciò significa che, nel mondo, ogni 15 occupati uno lavora in questo ambito). Ma anche nel turismo le differenze tra il Nord e il Sud del pianeta sono abissali: l’80% degli spostamenti internazionali è appannaggio dei residenti di soli 20 Paesi.

Per valutare complessivamente questo settore, soprattutto per quanto riguarda il suo ruolo nello sviluppo del Sud del mondo, basta conoscere alcune percentuali riguardanti la distribuzione del prezzo dei pacchetti turistici tra l’operatore e il Paese di destinazione: in Kenya rimane solo il 30% di quanto pagato all’acquisto del viaggio, in Nepal il 47%, in Thailandia il 59%, in Sudamerica una media del 50%.

Per offrire un’alternativa a questo modello è nato negli anni ’80 il concetto di “turismo responsabile”, un turismo sostenibile che non comprometta il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio che ne è meta. Un modo di viaggiare che sia giusto ed equo per la comunità ospitante, economicamente ed ambientalmente sostenibile nel lungo periodo.

L’affermazione del turismo sostenibile rappresenta quindi una grande potenzialità per molti Paesi del Sud del mondo: sia in ambito strettamente economico, attraverso la crescita dell’occupazione locale e l’introito di valute forti; sia in campo sociale, grazie alla valorizzazione delle risorse ambientali, umane e culturali. Un “plus” che lo sviluppo di altri settori produttivi non consentirebbe.

Le cooperative sociali, le associazioni ambientaliste, le reti d’accoglienza create dalle donne e tra donne, perfino i piccoli pescatori locali stanno diventando i nuovi soggetti di un turismo che crea vera occupazione, valorizza il territorio e redistribuisce nella comunità il reddito prodotto. È una nuova dimensione della qualità del viaggio che si basa sulla condivisione, sul rispetto dell’ambiente e delle culture locali. E che concorre alla crescita individuale e collettiva della persona a partire da un rapporto autentico con l’altro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

Associazione Italiana Turismo Responsabile (AITR)

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