Quando si tocca l’essenza della vita, scatta la ribellione

Pubblicato: 15 giugno 2011 in Italia
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 La tornata referendaria insegna un sacco di cose che parevano, almeno in Italia, soltanto teoria. Ha ragione Di Pietro quando dice che non c’è un collegamento diretto tra voto e partiti. E questo perché, per la prima volta in decenni, è evidente come alcuni temi sono veramente trasversali alle scelte partitiche dei cittadini. L’ultimo esempio di questo tipo?: il precedente referendum sul nucleare e quelli su divorzio e aborto. Perché non c’è un particolare collegamento con i partiti’? Per il semplice fatto che, oltre a piccole forze come SEL e IDV, i “grandi partiti” del centrosinistra e del centrodestra su questi temi avevano posizioni contrarie al sentire popolare oppure contraddittorie. Ci ricordiamo chi aveva raccolto le firme? Ecco, non sono gli stessi che hanno festeggiato, erano molti di meno. Questa vittoria referendaria è invece il trionfo dei movimenti ambientalisti, di impegno sociale, degli eredi di Genova e dei Forum Sociali, dei GAS, dei boy scouts, di P. Zanotelli e del forum per l’Acqua.. Energia e acqua, due principi della vita. L’anima del “creato “per i credenti, l’essenza della vita per tutti. E quando la posta in gioco è di questo calibro, non ci sono distingui politici né partiti che tengano. Altro dato inequivocabile dell’essenzialità dei temi in discussione è stato il risultato dei “no” espressi, il più basso della storia tra i referendum che hanno raggiunto il quorum. Cosa sarebbe successo se gli elettori all’estero fossero stati informati e non ignorati? Se la televisione di Stato avesse assolto il suo ruolo di servizio pubblico? Se non si fossero utilizzati tutti i trucchi e i trucchetti perché non si sapesse cosa si votava, come e quando? In un paese normale, sicuramente la percentuale dei votanti e dei sì sarebbe stata ancora più massiccia e trasversale. Non ho toccato il tema del giusto impedimento perché, contrariamente a quanto detto da Travaglio nella diretta della 7, penso che sia stato ininfluente per il raggiungimento del quorum. Su quel voto, se fosse stato presentato da solo, gli elettori di centrodestra avrebbero fatto quadrato come in passato, cosa che invece non è funzionato perché il quesito era trainato dagli altri due. Allora, se acqua e energia sono temi così vitali da sparigliare gli schieramenti, e in ambedue i casi la proposta era quella dei movimenti e, allargando il campo visivo con molta cautela del centrosinistra, perché non si parte proprio da qui per definire una piattaforma di riforme e di riconversione della società che diventi infine piattaforma per le prossime Politiche? La grande riscossa dei partiti popolari in America Latina partì proprio da questi punti. In Bolivia, oggi governata da un sindacalista indio, la popolazione di Cochabamba si ribellò alla privatizzazione dell’acqua nel 2000 e questo fu l’inizio della critica al neoliberismo, alla precarietà del lavoro e alla svendita del patrimonio pubblico che erano stati assunti come dogma. Noi ci arriviamo nel 2011, ma la cosa importante è che si riesca a cogliere questa forza inedita irradiata dai referendum per farla diventare buona politica, rivisitazione delle peggiori pagine della politica di centrosinistra e di centrodestra degli ultimi anni. Quando prima o poi avverrà la fine del berlusconismo, sapremo raccogliere questo segnale e avremo concordato come vorremo fare perché l’acqua rimanga pubblica, ma gli acquedotti funzionino bene e non siano fonte di corruzione? Riusciremo a spiegare che non vogliamo il nucleare perché abbiamo un piano credibile per le rinnovabili? Ci metteremo d’accordo perchè il lavoro precario torni ad essere una scelta a favore di chi ha bisogno di tempo per altre cose e non più una condanna a vita. Troveremo la quadra tra gli impegni con l’Europa e il rilancio dell’economia, risparmiando sul costo dello Stato perché faremo delle scelte anche in materie tabù come la Difesa? Devono essere questi i punti dai quali partire invece di passare le giornate a fare le somme aritmetiche tra le forze del centrosinistra e del Centro illudendosi che basti. C’è sete di politica vera, di sciogliere i nodi che oggi fanno vedere il futuro sulla gamma del grigio. Chi saprà dare risposte concrete a questo bisogno sarà già a metà strada.

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commenti
  1. Anonimo ha detto:

    Una breve riflessione.
    Se quest’ultimo mese di “rivolgimenti” ci ha detto qualcosa è proprio che vi è una certa disaffezione verso un modo di fare politica, quella fatta nel chiuso delle segreterie di partito, quella che valuta le possibili alleanze con calcolatrice o sondaggi alla mano,quella la cui analisi non parte dai bisogni ma dalle sole implicazioni economiche, quella protesa ad aspettare cosa succederà a Pontida nella speranza di una implosione, di un collasso dall’interno , non usando il tempo per far ripartire una “discussione programmatica” assolutamente necessaria se non si vuole arrivare tardi e impreparati a dare risposte credibili quando il berlusconismo terminerà la sua fase discendente.
    Cambiare idea è legittimo e spesso auspicabile. Qualcuno diceva che “solo gli stolti non cambiano mai idea” , è bene dunque che a festeggiare ci fosse anche chi aveva assunto posizioni critiche verso i referendum, ma non è sfuggito a nessuno che si è trattato di una bella operazione di opportunismo, retaggio di quel modo di fare politica messo in discussione dagli stessi avvenimenti.
    E’ bene che certe pratiche siano messe in soffitta e si cominci a mettere mano a temi quali quelli che tu citi , dai servizi pubblici alla politica energetica, dalle spese militari alla politica economica europea ma anche alle politiche per l’immigrazione,alla giustizia, alle politiche fiscali e soprattutto si mettano in atto meccanismi volti a favorire quello che Vendola chiama “ingerenza democratica” , la chiave di volta per “contaminare” con nuovi contributi una idea di alternativa su cui lavorare da subito.

  2. Luciano ha detto:

    Una breve riflessione.
    Se quest’ultimo mese di “rivolgimenti” ci ha detto qualcosa è proprio che vi è una certa disaffezione verso un modo di fare politica, quella fatta nel chiuso delle segreterie di partito, quella che valuta le possibili alleanze con calcolatrice o sondaggi alla mano,quella la cui analisi non parte dai bisogni ma dalle sole implicazioni economiche, quella protesa ad aspettare cosa succederà a Pontida nella speranza di una implosione, di un collasso dall’interno , non usando il tempo per far ripartire una “discussione programmatica” assolutamente necessaria se non si vuole arrivare tardi e impreparati a dare risposte credibili quando il berlusconismo terminerà la sua fase discendente.
    Cambiare idea è legittimo e spesso auspicabile. Qualcuno diceva che “solo gli stolti non cambiano mai idea” , è bene dunque che a festeggiare ci fosse anche chi aveva assunto posizioni critiche verso i referendum, ma non è sfuggito a nessuno che si è trattato di una bella operazione di opportunismo, retaggio di quel modo di fare politica messo in discussione dagli stessi avvenimenti.
    E’ bene che certe pratiche siano messe in soffitta e si cominci a mettere mano a temi quali quelli che tu citi , dai servizi pubblici alla politica energetica, dalle spese militari alla politica economica europea ma anche alle politiche per l’immigrazione,alla giustizia, alle politiche fiscali e soprattutto si mettano in atto meccanismi volti a favorire quello che Vendola chiama “ingerenza democratica” , la chiave di volta per “contaminare” con nuovi contributi una idea di alternativa su cui lavorare da subito.

    Luciano

  3. Alfredo Somoza ha detto:

    Verissimo, lo spettacolo del circo mediatico “in ansia” per Pontida è patetico. E’ “vecchio” come modo di fare, se la gente, soprattutto del Nord, aveva da “dare la linea” l’ho appena fatto con i referendum. Un bel campanello d’allarme per le forze che dalla protesta sono passate ai balletti della politica in stile TG1. Forse Bossi ha capito che altri due anni così e vanno a casa tutti, senza federalismo, senza soldi, senza riforme, in mutande insomma. Mutande metaforiche ma non per questo meno dure da accettare. Quale piega prenderà il vento che tira questa primavera? Si passerà dall’indignazione alla proposta? Ci sarà qualcuno in grado di capire per tempo che i virus dell’antipolitica sono robusti e si stanno moltiplicando velocemente? Che dall’antipolitica è difficile tornare alla politica? Che l’antipolitica alimenta demagoghi, tribuni di piazza, urlatori vari, cercatori di untori? Sono più le domande che le certezze, ma forse è un buon inizio.

  4. Luciano ha detto:

    L’antipolitica è cresciuta sulla cattiva politica .
    E’ cresciuta sulla incapacità di sostenere con adeguati strumenti un modello culturale capace di porsi come modello di riferimento dopo la disfatta del potere democristiano e del rampantismo socialista. Negli ultimi vent’anni i germi sono proliferati producendo fenomeni qualunquistici, a volte latenti a volte palesi con i “tribuni di piazza” e gli “urlatori vari” a far da mattatori in un’arena alquanto disorientata e molto incline a seguire parole d’ordine ad effetto.
    E la sinistra ?
    La sinistra non è riuscita ad interpretare adeguatamente l’esigenza di “pulizia intellettuale” forse perché ha perseverato nell’usare categorie del passato per analizzare il presente non capendo fino in fondo i cambiamenti in atto nella società o forse perché ha sopravalutato la propria capacità di generare anticorpi che la preservassero dal dilagare di una idea di politica intesa solo come esercizio del potere.
    Oggi siamo di fronte ad una richiesta di partecipazione, ad una voglia di voler incidere sulle scelte, una volontà di protagonismo sano. Una novità per questi ultimi anni.
    Gli “indignados” nostrani come i vicini spagnoli, avanzano richieste molte volte condivisibili, sarebbe un suicidio politico per la sinistra non dare risposte e non interpretare questi bisogni, che non vuol dire “cavalcare la tigre” ma porsi come riferimento ideale rinnovando il proprio modo di far politica, facendo giustizia di tanti tabù in cui ancora siamo imbrigliati, uscendo una volta per tutte dall’immobilismo e dallo stordimento generale in cui si è caduti dopo il governo Prodi e la successiva sconfitta elettorale.

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